DUE NOVEMBRE 2002

Due figure salgono lentamente il sentiero, le spalle curve sotto il peso degli zaini; chiacchierano sottovoce, ogni tanto, in bilico sui sassi, si fermano a riprendere fiato. Negli zaini hanno l’occorrente per scalare ed attrezzare itinerari, ma questa volta però cè qualcosa di diverso, l’arrampicata è un alibi , una scusa per chiacchierare e poter “RAMPEGAR” dentro se stessi alla ricerca di interrogativi che faticano a trovare risposte. Il cielo sembra partecipare al dialogo lasciando scivolare qualche lacrima dalle nuvole gonfie d’ umidità. Così, passo dopo passo, arrivano sotto la parete. Seduti sotto le rocce in silenzio, guardano l’ orizzonte: i primi alberi sono nitidi e ben definiti, dietro gli alberi i contorni delle creste sfuocati dalle nebbie, oltre le creste il nulla, l’ infinito; alle loro spalle la parete con le difficoltà che dovranno affrontare. L’ ambiente metafora di vita. Già…. la vita…. con le sue bellezze, le sue tragedie, il suo ignoto….. la nebbia….. il silenzio…… i pensieri si dilatano, bisogna reagire. Svuotano gli zaini e si preparano come antichi cavalieri erranti in cerca di avventure, di dame da salvare, di draghi da sconfiggere. L’intenzione è quella di finire un vecchio progetto che aspetta da diverso tempo: chiodare una linea nuova e dedicarla ad un loro amico scomparso prematuramente. Si accingono al “rito dell’attrezzatura”, mettono la corda dall’ alto, provano i passaggi, individuano dove mettere gli spits e finalmente il trapano, come un picchio metallico, canta nella nebbia silenziosa. Finito il lavoro, tirano giù la corda e dopo un breve riposo uno dei due prova a salire la via dal basso; la partenza è un po’ bagnata, sta molto attento a non scivolare, più su la roccia è asciutta, continua a salire, sempre più in alto, sembra facile, la catena si avvicina, ma, ecco, sotto uno strapiombetto cade, riprova, cade riprova….., niente da fare…, il”drago” questa volta è grosso, non si lascia sconfiggere…., bisognerà tornare con le armi più affilate!!. Il compagno dopo essersi fatto raccontare le gesta dell’ eroica impresa rinuncia ad affrontarlo, decidono comunque un nome da dare alla via. Un nome è una cosa importante, serve a far ricordare, a far riconoscere, a far capire. “ SECH SUL MOIO “ è quello che viene loro in mente dopo una giornata uggiosa, con le mani spellate, sanguinanti come i loro cuori trafitti da cento pensieri e, ridendo, sigillano il nome con una vigorosa stretta di mano. Calano le prime ombre della sera e lentamente s’incamminano sul sentiero che porta alla pianura, verso le certezze e le incognite che li aspettano, un po’ volentieri, un po’ a malincuore.

 

A MASSIMILIANO, A TUTTI NOI.

Franco Donadel

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